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Meccanomorfismo e antropomorfismo: due approcci molto diversi a confronto. Secondo la posizione epistemologica del meccanomorfismo si ritiene che il compito della psicologia della personalità e clinica sia lo studio dei fatti psichici considerati quali eventi naturali, oggettivi ed astorici, motivo per cui è necessario l’utilizzo del metodo empirico-analitico, proprio delle scienze naturali. Il fine della psicologia meccanomorfica è il formulare leggi generali, ricercando determinanti, interne e/o esterne, che permettano di spiegare il comportamento umano, indipendentemente dalla varietà dei casi individuali concreti. Al contrario, secondo i riferimenti della posizione epistemologica dell’antropomorfismo si ritiene che il compito della psicologia della personalità sia lo studio degli eventi psichici in quanto dotati di una loro peculiarità. Essi non sono riconducibili ad eventi naturali, ma devono essere studiati con categorie e metodi propri delle scienze umane e sociali (razionale e storico-ermeneutico). Il fine della psicologia della personalità e di quella clinica è la formulazione di metodi e principi che consentano di interpretare il significato delle azioni di cui gli individui sono autori, ricercando altresì le ragioni in base alle quali ogni individuo, nella propria individualità ed unicità, organizza intenzionalmente il proprio comportamento attraverso strategie e regole che guidano le azioni. Fatta questa breve premessa comparativa tra le due grandi matrici epistemologiche, al fine di riuscire ad osservare gli eventi umani con le lenti dell’antropomorfismo in maniera piena e soddisfacente, proseguiamo disegnando le montature degli occhiali più frequentemente utilizzati. Il Costruttivismo fa riferimento alla posizione filosofica che considera la realtà in quanto costruita dal soggetto conoscente; di conseguenza l’osservazione non può essere obiettiva e neutrale, l’ontologia e l’epistemologia non possono essere separate: come conosciamo definisce cosa conosciamo. L’osservazione diretta dei fenomeni non è perciò più considerabile come fonte privilegiata di conoscenza obiettiva, perché tutto ciò che è detto, è detto da qualcuno: gli oggetti percepiti, le emozioni, le sensazioni sperimentate, le azioni compiute, non sono ‘oggetti naturali’, ma unità di senso e significato; la realtà dei ‘fatti nudi’ non esiste al di fuori del soggetto: è costruita dallo stesso attraverso le proprie teorie, quindi dalla conoscenza precedente, che declina nell’hic et nunc. Il Costruzionismo sociale è uno spostamento della posizione poc’anzi descritta: dalla rappresentazione mentale si passa all’interazione quale luogo centrale dell’azione e della significazione del mondo, che diventa quindi ‘mondo condiviso’. La persona costruisce la propria realtà assieme ad altri individui attraverso il linguaggio e l’interazione. Il focus si sposta quindi sul processo tramite il quale, ininterrottamente e con diversi gradi di consapevolezza, i soggetti costruiscono (dal latino construere - cum insieme e strùere accumulare. Comporre unendo insieme più cose convenientemente e figurativo ordinare, stabilire)1, per mezzo del loro interagire e delle loro azioni, una realtà condivisa, significata e vissuta come oggettiva, reificata e ontologica. L’Interazionismo simbolico, termine coniato da Blumer nel 1937 e che prende origine dalle teorie introdotte nelle scienze sociali da G.H. Mead attorno agli anni ’30 del secolo scorso, specifica e amplifica il processo della costruzione sociale, sostenendo che la cosiddetta ‘realtà sociale’ è figlia dell’interpretazione e dell’attribuzione di significato dei simboli creati nell’interazione e nella relazione tra gli individui. Questo processo si articola quindi secondo quattro assunti di base: le persone pensano ed agiscono sulla base del significato che gli eventi hanno per loro, pur con differenti gradi di consapevolezza; i significati sono costruiti attraverso l’interazione sociale e simbolica che avviene in contesti personali ed interpersonali; i significati vengono disegnati e ritoccati mediante processi interpretativi che le persone mettono in atto di fronte ad altre configurazioni di realtà; infine gli individui costruiscono la loro esperienza replicandola o variandola attraverso il linguaggio e l’azione. Il Narrativismo, che all’interno dei settori degli “studia humanitatis” origina da maestri di discorsività quali Roland Barthes in ambito semantico, Michail Bachtin in campo linguistico e Jerome Bruner per quel che riguarda la psicologia culutrale, porta tutta l’attenzione sull’identità narrativa, aspetto che permette di considerare l’uomo come testo e non come identità rigida ed assegnabile ad un corpo. La persona è un’identità in divenire, che si costruisce in itinere, motivo per il quale si parla di “processo generativo d’identità”, situazione relazionale in cui l’identità si genera e si mantiene coerente, grazie all’influenza reciproca tra resoconti propri e narrazioni altrui. Il parlare di se stessi, disegnando quindi un resoconto autobiografico, non significa limitarsi alla descrizione di ciò che si prova in un dato momento, ma definisce il punto di vista soggettivo in base al quale la persona delinea il proprio modo di essere, agendo nel mondo in funzione della visione che ha di esso. Naturalmente ciò che l’altro restituisce di questa descrizione autobiografica alla persona ne influenza il processo generativo d’identità. In una situazione di circolarità relazionale disfunzionale, questo è il motivo principale per cui l’ottica narrativistica evidenzia come il fare propri repertori discorsivi tipizzati sia conseguenza molto probabile di tutte le forme di etichette diagnostiche utilizzate per descrivere i fenomeni in ambito clinico (e.g. se la persona viene diagnosticata “schizofrenica”, questa può generare una nuova costruzione autobiografica, integrando i racconti consolidati con nuovi elementi di “schizofrenia”). Obiettivo dell’approccio narrativistico è il favorire la costruzione di percorsi altri, di un differente racconto di sé, una nuova autobiografia che possa giungere a tralasciare gli elementi del disagio e generativi dello stesso. L’approccio strategico muove dalle riflessioni teoriche sopracitate, sbilanciando il proprio baricentro sul versante applicativo più che sulla riflessione epistemologica pura e, con la sua applicazione più forte nella terapia breve strategica, spinge l'intervento terapeutico orientandolo verso il rapido cambiamento delle configurazioni di realtà presentate dalla persona. In tale breve percorso, l’approccio strategico gioca molto sulla consapevolezza che, anche se le diverse problematiche o le sofferenze umane presentate possono essere estremamente complicate, sofferte e invalidanti, queste non abbisognano necessariamente di soluzioni ugualmente sofferte o prolungate nel tempo. In un ipotetico viaggio spazio-temporale che ci trasporta lungo i corridoi delle scuole del pensiero, due logiche parallele hanno indirizzato le riflessioni che le cosiddette scienze umane hanno rivolto alla persona: le definiamo convenzionalmente come moderna e postmoderna2. Nel continuum storico dei pensieri della tradizione moderna della psicologia si possono riconoscere teorie quali la Psicoanalisi, il Comportamentismo, il Cognitivismo Razionalista e le Neuroscienze. Le fondamenta della ricerca e degli studi di queste teorie derivano da una posizione filosofica che confina l’umano nei limiti di un Io assoluto, rigido e avulso dal proprio contesto socio-relazionale. Posizione che conduce a soddisfare il bisogno insaziabile dell’essere umano di individuazione e definizione di leggi universali. Nell’alveo della tradizione postmoderna della psicologia si possono ritrovare teorie quali il Costruttivismo, l’Interazionismo Simbolico, il Costruzionismo Sociale, la Teoria Cibernetica, il Narrativismo e l’Approccio Strategico. La riflessione filosofica sottostante alla tradizione di ricerca di queste teorie approda all’idea di un Io plastico, storicamente e culturalmente situato, osservabile e definibile da più prospettive e con finalità differenti. Come spesso sottolineato da più parti, il termine postmoderno non vuole evidenziare uno scavalcamento del pensiero moderno, bensì vuole riconsegnare al primo la sua legittima collocazione nel panorama del pensiero occidentale: ci sia sufficiente a tale riguardo pensare alla tradizione dei sofisti, al pensiero di Gian Battista Vico con il suo verum et factum reciprocantur seu convertuntur (il vero e il fatto si integrano l'uno nell'altro e coincidono) o a quello di Benedetto Croce. L’aspetto di maggior rilievo nella presente riflessione genera la consapevolezza della necessità sempre maggiore di strumenti in grado rendere fruibile il sapere nella possibilità esperienziale di diventare saper fare e quindi essere. Come vedremo in seguito, sono le condizioni storiche, economiche e culturali attuali ad aver reso l’approccio postmoderno maggiormente pertinente e idoneo ad anticipare, configurare ed intervenire sulle rappresentazioni di realtà che caratterizzano le società contemporanee. Le molteplici sfacettature della modernità sono ormai ben visibili anche per chi, viaggiando poco attorno ai colori del mondo, rimane fermo nel proprio paese e nella propria città; basta accendere la televisione, leggere un quotidiano, anche solo andare a fare la spesa per rendersene conto. Il confronto con la diversità è continuo e l’utilizzo di prospettive rigide non è più funzionale: “l’equilibrio è nel movimento”3 sostiene Kary Banks Mullis, premio Nobel per la chimica del 1993, parlando della società attuale. Fenomeni sociali quali la sessualità come strumento di potere, la scelta della fecondazione assistita, l’accettazione della crioconservazione delle cellule staminali, la precarietà delle condizioni lavorative richiedono necessariamente un quadro di riferimento teorico capace di strutturare interventi funzionali al contesto attuale. Optare per una prospettiva epistemologica postmoderna con le relative declinazioni pratiche nella costruzione di interventi psicologici e sociologici mira evidentemente ad una scelta di tipo pragmatico piuttosto che ad uno di tipo ideologico. Diviene però di fondamentale importanza sottolineare che i motivi di tale preferenza non poggiano sulla convinzione di aver trovato le leggi universali di cui sopra o i principi reali grazie ai quali si organizza l’agire umano, ma piuttosto sulla consapevolezza che le prassi operative figlie dei presupposti postmoderni siano le più efficaci nella generazione di cambiamenti e di modalità nuove nella società contemporanea. L’avvio della ricerca della psicologia postmoderna si delinea come originata dal lavoro di William James, in quanto pensatore che meglio di molti altri ha evidenziato le falle imperfette dell'epistemologia razionalistico–positivistica, base delle psicologie moderne. Dal lavoro di James si può evincere una posizione fortemente critica, rispetto alle convinzioni ontologiche, alle descrizioni reificanti ed ai criteri conoscitivi propri del realismo monista, che sottolinea come ogni osservazione sul mondo sia sempre prodotto di un punto di vista, aspetto ripreso quasi cento anni dopo con un semplice “tutto ciò che è detto, è detto da qualcuno”4 e guidata da una intenzionalità, rintracciabile nelle azioni conoscitive ed operative messe in atto dall’osservatore. Inizia a consolidarsi sempre più l’idea di una concezione pluralista del mondo che non colloca più il fondamento della realtà all’interno di una cornice ontologica, ma come esito di una prospettiva gnoseologica. Tale visione sposta definitivamente la definizione di realtà dal mondo dell’oggettivo verso quello di una prioritaria pregnanza conoscitiva. E’ proprio a questo punto che la presunzione di poter spiegare il mondo in termini assoluti e generali deve lasciare il passo ad una visione pluralista che finalmente situa l'essere umano nel contesto storico e nell’unicità ed irripetibilità della propria specifica contingenza. A questo punto della nostra riflessione possiamo giungere a concludere che la consapevolezza umana, nei suoi diversi gradi, non sia uno stato conoscibile, bensì un processo dinamico. Tale situazione non può prescindere dal chiaro assunto che un linguaggio neutro non possa esistere, aspetto legato alla definizione data da Paul Watzlawick relativa all’impossibilità di non comunicare: il linguaggio utilizzato, come quello non utilizzato, dal “ricercatore” riveste il ruolo principe nella definizione dell'oggetto della propria indagine. James sostiene che, a seconda delle strade percorse nella scelta dei termini e dei parametri ritenuti idonei apriori e in corso d’opera, si giunge necessariamente a definire le prospettive valutative e quindi le lenti con cui guardare il mondo: evidenziare aspetti, accantonarne altri, uniformare dati e tradurre ipotesi e metafore in dati reali e concreti. La descrizione di un fenomeno non origina quindi nel fenomeno stesso, ma nelle modalità formali attraverso le quali è configurato dal descrittore e dal linguaggio utilizzato. Partendo dalle riflessioni offerte da James ed arrivando agli spunti autopoietci dei biologi cileni, si giunge così ad un’inevitabile prospettiva di pluralismo teorico e ad un necessario pragmatismo conoscitivo. La psicologia postmoderna sposta la localizzazione della situazione disfunzionale dall’interno della persona alla relazione tra le persone, intervenendo subitaneamente e fattivamente nei processi interazionali puntando, attraverso l'utilizzo di strategie mirate e contestualizzate, al cambiamento delle identità narrative della persona e non alla cura di una ipotetica malattia del paziente. La soluzione percorribile che si prospetta più efficace è quella che passa attraverso la capacità dello psicologo di muoversi a più livelli, adottando specifiche diverse nel laboratorio o nel setting terapeutico. Questo non significa promuovere e giustificare l'eclettismo (travestito da pluralismo metodologico), ovvero un modo di procedere privo di garanzie teoriche e svincolato dai criteri della ricerca di base, bensì vuole indicare piuttosto come lo psicologo debba essere necessariamente un pensatore a più livelli. Il terapeuta risponde in questo modo non solo a domande finalizzate ad un maggiore adattamento e superamento di problemi o comportamenti disfunzionali, ma anche a richieste indirizzate allo sviluppo, all’accettazione, alla realizzazione della diversità personale, modificando l’organizzazione dei processi, i modi soggettivi e interattivi di costruire le realtà. Complemento a questi che possono essere definiti obiettivi terapeutici, è importante sottolineare come sia conditio sine qua non integrare la forma mentis acquisita attraverso lo studio e l’esercizio delle proprie competenze, il cosiddetto sapere, in un capacità operativa, il successivo saper fare, che si evidenzia in un conseguente e coerente atteggiamento verso le situazioni del quotidiano, un modo di essere che bene si intreccia con il dasein di heideggeriana memoria, avvalendosi quindi di risorse personali e competenze costruite sperimentandosi in situazioni interattive, strutturate e destrutturate. Per ogni buon agente di cambiamento, è importante vivere contesti di vita alternativi e alimentare costantemente la ricchezza di esperienze. Tali situazioni costituiscono le fonti di aggancio che mettono a disposizione della persona diversi repertori narrativi necessari ad un utilizzo funzionale delle metafore aderenti al linguaggio dell’altro. A questo proposito non è sempre possibile basare il proprio intervento terapeutico e ancor prima, la propria comprensione delle situazioni raccontate, sull’empatia e sull’identificazione con l’altro dal momento che ci sono panni difficili da vestire; tuttavia diventare esperti di processi significa anche riuscire ad anticipare copioni narrativi attraverso analogie di ruoli sperimentati in prima persona o vicariamente. 1 http://www.etimo.it 2 Mecacci L. (1999). Psicologia moderna e postmoderna. Laterza, Roma-Bari 3 Mullis K. (2000). Ballando nudi nel campo della mente. Baldini & Castoldi, Milano 4 Maturana H.E, Varela F. (1985), pag. 46. Autopoiesi e cognizione. Marsilio, Venezia
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